Ricordi da Primo maggio

1 di maggio.

Per la maggior parte degli italiani questa data è legata alla Festa dei lavoratori. Giornata di ferie, di grigliate con amici, di pranzo in famiglia.

Per me, è qualcos’altro.

A me ricorda l’inizio della stagione. La stagione a Minorca.

Quei 6 mesi in cui l’isola inizia ad accogliere i lavoratori stagionali, che con le loro auto completamente cariche si costringono a 9 ore di traghetto notturno dalla penisola per sbarcare il giorno dopo al porto di Mahón, psicologicamente pronti per un altro verano.

Il giorno in cui, nelle urbanizzazioni, i negozianti iniziano a rimuovere la carta da giornale che durante l’inverno aveva rivestito le vetrine dei negozi; si da una mano di bianco alle facciate, si tirano fuori i tavoli e le sedie, i gazebo. I primi hotel aprono le porte a quegli intrepidi turisti che hanno sfidato il tempo e hanno prenotato un week end a Minorca, consapevoli (o forse no) che l’isola si deve ancora risvegliare dal lungo letargo invernale.

 

Mi ricordo ancora il giorno in cui arrivai a Minorca per la prima volta, esattamente 4 anni fa, il primo maggio del 2010.

Arrivavo con un volo mattutino di mezz’ora da Barcellona (settimana di ferie tra Valencia e Barcellona, a festeggiare la Laurea e la fine di 3 anni di Università). Era la prima volta che andavo a lavorare all’estero –anche se si trattava di un tirocinio sottopagato- e il tutto era stato organizzato un po’ per caso. Sarei dovuta, infatti, andare a Lloret de Mar, ma l’hotel all’ultimo momento aveva temuto di non aprire per la stagione e l’agenzia mi aveva chiesto se sarebbe andata bene Minorca.

“Dov’è che è Minorca?”

Questa è stata la mia prima domanda in testa.

-C’è una posizione nella reception della Spa, se ti interessa-

Mmmhh. Ok. “Perché no?”. Piuttosto che rimanere in Italia..

Vitto e alloggio pagato, 300€ di rimborso spese, 6 mesi al mare. A 23 anni si può fare.

Non avevo fatto un colloquio con l’hotel. Avevo in mano solo un contratto di tirocinio e il nome della mia responsabile. Diciamo che ero alquanto nervosa, ma eccitata allo stesso tempo.

 

La mia impressione dell’isola non fu delle migliori. L’aeroporto era piccolo e vuoto. Io ero l’unica ad avere un bagaglio da stiva, tanto che dovetti chiedere ad altri passeggeri dove andare a prenderlo, mentre tutti si recavano con il loro unico bagaglio a mano all’uscita.

Sapevo che dovevo prendere un taxi, perché l’altra opzione (autobus fino a Mahón, poi cambio per Ferreries, poi ancora cambio) non era fattibile: 1. Per i due bagagli che mi portavo dietro, 2. Perché era il 1 di maggio, quindi festivo, e gli autobus iniziavano ad operare solo alcune delle tratte proprio da quel giorno. Tempo di tragitto previsto in bus, 4 o 5 ore. Tempo previsto in taxi, 1 ora.

Il taxista, quando gli diedi l’indirizzo a Cala Galdana, mi guardò storto, e in un linguaggio che non decifrai completamente (ancora adesso il minorchino mi è a volte incomprensibile, nonostante stia studiando catalano) mi chiese se ero sicura, perché era veramente lontano – per la cronaca, è dall’altra parte dell’isola e sono 40 km.-

Il viaggio in taxi fu interminabile. Percorrevamo l’unica strada che tagliava di netto campi, colline verdi, pascoli e ogni tanto qualche paesino di case intonacate di bianco a 2 piani. La strada era vuota, qualche trattore ogni tanto.

Era una giornata come oggi (qui a Londra, almeno). Le temperature erano lontane dai 25 gradi che avevo sperato, il cielo nuvoloso e una pioggerellina irritante diffondeva una nebbia che avvolgeva i contorni della natura e delle cose.

Cala Galdana era deserta. Nessuno lungo le vie, i negozi chiusi, con carta di giornale sulle vetrate, insegne di ristoranti avvolte in sacchi neri. Sembrava abbandonata da mesi.

In hotel trovai la capo reception che mi accolse con un sorriso e un “Bienvenida a Menorca”.

Quella non fu la prima volta. Tutti quelli che conobbi quel giorno mi diedero il benvenuto sull’isola.

La mia responsabile della spa, Ana, fu così gentile da consegnarmi l’uniforme, darmi i primi due giorni liberi per adattarmi e accompagnarmi in macchina a Yuma.

Indimenticabile Yuma. Così si chiamava la residenza degli stagisti e dei lavoratori dell’hotel. Si trovava a 600 metri dall’hotel, sulla cima della collina. Era una struttura divisa in due parti; nella mia, c’erano 8 stanze e bagni in comune. Io ero la seconda ad essere arrivata. Ora, fate finta di vedere una casa mobile, che è stata chiusa per 6 mesi ed esposta all’umidità e al vento di Minorca. L’odore di muffa invadeva la stanza e impregnava i mobili – sapete quel classico odore degli armadi delle nonne?-. Ana mi mostrò la stanza e i bagni, poi mi lasciò le chiavi, un sacco della spazzatura contenente un cuscino, lenzuola, asciugamani e coperta di lana, scusandosi ancora per le condizioni della camera, suggerendomi di accaparrarmi un frigorifero e un ventilatore possibilmente funzionanti dalle altre stanze ancora vuote, e mi diede appuntamento in hotel per il pomeriggio per mostrarmi la spa, la mensa e presentarmi al team.

A quel punto mi sedetti sul letto, con cautela, visti gli strati di polvere e ragnatele, e mi venne voglia di piangere.

Ero in un posto dimenticato dal mondo, con un tempo orribile, dove la gente parlava una lingua che non riconoscevo come lo spagnolo studiato anni e anni a scuola, sola, sicuramente ben lontana dal luogo che mi ero immaginata.

 

Beh, ovviamente non sapevo ancora che quel posto tanto odiato all’inizio era davvero il paradiso che avevo tanto cercato e che in un momento non lontano sarebbe diventato la mia casa.

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